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la Strafexpeditìon

Primavera 1916

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Primavera 1916: la Strafexpeditìon.

Questo grandioso evento bellico assumeva grandissima importanza nell'intero contesto della Grande Guerra combattuta sul fronte italiano, destando dovunque molto interesse. Si trattò in effetti di una delle più grandi battaglie svoltesi in montagna e del tentativo più cospicuo, prescindendo dalla disperata offensiva del giugno 1918, compiuto dall'Austria-Ungheria per abbattere l'Italia. Sotto questo aspetto superando chiaramente, almeno sul piano strategico, la catastrofica ritirata al Piave provocata dallo sfondamento dell'Isonzo nell'ottobre 1917.

Già nel tardo autunno 1915 il generale Conrad aveva divisato di attuare, lungo la direttrice offertagli dal saliente trentino, quella manovra offensiva in grande stile considerabile come risolutiva in caso di conflitto con l'Italia. Per questo chiedeva innanzitutto il concorso germanico, che gli veniva rifiutato per un complesso di ragioni cui non era affatto estranea la situazione politica in atto con l'Italia. Inoltre il generale Falkenhayn stava preparando l'offensiva che sfocerà nel massacro di Verdun ed inoltre riteneva impossibile concentrare e alimentare, nel breve spazio offerto dal Trentino, le forze ed i mezzi necessari per conseguire lo scopo prefissosi dal Conrad. Salvo che le medesime non venissero sottratte da altri importanti settori dei tre fronti su cui operava, assieme a quello germanico, l'esercito austro-ungarico: sarà esattamente quello che accadrà.
Infatti il generale Conrad intendeva sfociare nella pianura vicentina con una massa tale da precludere la ritirata al grosso dell'esercito italiano schierato dal Cadore all'Adriatico, così da costringere l'Italia alla resa. Tuttavia ciò richiedeva un grandioso impiego di grandi unità, che il generale Falkenhayn valutava su circa venticinque divisioni; e tale giudizio era condiviso, da parte italiana, dallo stesso generale Cadorna.
Il Conrad insisteva ugualmente nel suo ambizioso ma non irrealizzabile disegno, riuscendo a radunare tra Adige e Brenta oltre quattordici delle sue migliori divisioni, in gran parte formate da ottime e ben allenate truppe da montagna.
Esse venivano inquadrate in due Armate, l' 11a e la 3a, rispettivamente al comando dei generali Dankl e Koevess, riunite in un gruppo d'armata posto alle dipendenze dell'arciduca Eugenio. Ponendo il suo comando a Bolzano, questi si assicurava la collaborazione di un valente Capo di stato maggiore qual'era il generale Alfred Krauss, con l'appoggio di una poderosa massa di moderne artiglierie.
Prescindendo dalla convinzione del generale Cadorna, anche il Comando Supremo italiano si mostrava incredulo circa la possibilità di un attacco in grande stile dal saliente trentino, perciò tenendo in scarsa considerazione le allarmanti notizie fornite dall'Ufficio Informazioni della 1a Armata. Senonchè l'accendersi di operazioni offensive durante il mese d'aprile, da parte delle truppe dislocate in Val Sugana, richiamava l'attenzione del generale Cadorna. Recatosi sul posto ai primi di maggio, egli sostituiva il comandante della 1a Armata, generale Roberto Brusati, mettendo al suo posto il generale conte Guglielmo Pecori Giraldi. Questi ne assumeva il comando il 9 maggio, proprio nell'imminenza dell'azione avversaria, mentre l'avvenuta percezione del pericolo induceva a predisporre un primo invio di truppe di rinforzo. Per quanto fosse troppo tardi per porre pronto riparo ad una situazione che, a cominciare dal piano tattico, avrebbe immediatamente rilevato la sua eccezionale gravità.

***
Al sorgere del sole del 15 maggio 1916 l'11a Armata imperiale passava all'attacco nel settore compreso fra Rovereto e la sella di Carbonare.
Generalmente situata in proiezione offensiva e perciò su posizioni del tutto inadatte ad un'efficace difensiva, per di più annichilila dal terrificante fuoco d'artiglieria che aveva preceduto lo scatto delle fanterie avversarie, gli italiani opponevano sporadiche resistenze, in taluni punti anche tenaci, cui s'alternavano contrattacchi slegati e privi di qualsiasi possibilità di successo.

Nel giro di pochi giorni, allorquando la profondità dell'avanzata esigette la necessità di portare avanti le artiglierie pesanti a gittata di tiro utile, gli attaccanti avevano risalita la dorsale della Zugna fino alla Zugna Torta, penetrando in Vallarsa fino all'altezza dei villaggi di Parrocchia e Zendri, occupando addirittura il Colsanto (19 maggio) e perciò minacciando gravemente il Pasubio. Già s'affacciavano al Passo della Bòrcola tendendo alla Val Pòsina, mentre l'avvenuto cedimento della linea principale italiana fra M. Maggio - M. Toraro - M. Campomolon e il Passo della Vena, poneva a loro discrezione l'intera vallata del Pòsina e l'Altopiano di Tonezza.
A questo punto entrava in azione la 3a Armata, muovendo da Vèzzena ed avendo per obiettivo l'occupazione dell'Altopiano dei Sette Comuni, onde garantire il fianco sinistro dell' 11a Armata, cui spettava il compito di penetrare per prima nella pianura vicentina provenendo dalla conca d'Arsiero, col fortissimo XX corpo d'armata posto al comando dell'arciduca Carlo d'Asburgo, erede al trono imperiale.
Era il 20 maggio e mentre sulla sinistra gli austro-ungarici potevano procedere verso C. Mandriolo, le valorose brigate "Ivrea" e "Lambro" opponevano sul caposaldo del Costesin una gagliarda resistenza, ritardando l'avversario e costringendolo a rinnovare i suoi attacchi anche il giorno successivo.
Lo stesso 21 maggio le avanguardie del XX corpo imperiale penetravano fra le sparse e deserte contrade di Tonezza, proseguendo in direzione del M. Cimone; ma il maltempo ostacolava le operazioni e soltanto il 25 maggio gli avversari riuscivano ad impadronirsi dell'importante sommità difesa tenacemente da alcuni battaglioni alpini. Quindi avanzavano anche lungo il fondo della Val d'Astico e il 26 maggio occupavano il Forte Ratti nei pressi della stretta di Barcarola, eliminando ogni ostacolo alla penetrazione nella conca di Arsiero: infatti il 28 maggio essi occupavano l'abbandonata cittadina.
Infranta la resistenza italiana alla testata di Val d'Assa, il 21 maggio la battaglia assumeva una fase di movimento, che sùbito vedeva gli austro-ungarici dilagare sul nodo Verena-campolongo e rapidamente occupare la sponda destra dell'Assa fra Roana e Castelletto, mentre veniva fatto saltare in aria il viadotto congiungente le due sponde.
Il successivo 23 maggio reparti austro-ungarici convergevano sulla sommità di C. Pòrtule e occupavano l'omonima Bocchetta, proseguendo verso il Corno di Campoverde: così si spalancava l'Acrocoro settentrionale e la guerra si dilatava all'intero Altopiano dei Sette Comuni.
Davanti ad una situazione di tal fatta, che poteva far presumere anche il peggio, il generale Cadorna si recava a Udine il 20 maggio, sollecitando l'invio di truppe che peraltro, giunte a portata d'impiego, venivano necessariamente scaraventate nella fornace. Ma quel che soprattutto contava era l'immediata costituzione della nuova 5a Armata, posta al comando del generale Frugoni, che immediatamente iniziava il suo trasferimento nel triangolo Cittadella - Padova - Vicenza, affidandole il compito di affrontare il nemico irrompente in pianura.
Questa drammatica eventualità fortunatamente non si verificherà, ma giovi ricordare che la 5a Armata riusciva effettivamente a radunarsi con un anticipo di tre giorni sulla data del 5 giugno in precedenza stabilita: ciò mediante un movimento per linee interne dalle proporzioni molto ragguardevoli ed alle quali presiedette un'organizzazione veramente ammirevole. In definitiva la nuova grande unità costituirà il serbatoio dal quale verranno tratte le truppe che bloccheranno definitivamente la Strafexpedition e che poi intraprenderanno la successiva controffensiva.

Il 22 maggio il generale Cadorna rientrava a Vicenza portando con sé una forte aliquota del Comando Supremo e installandosi nella Villa Camerini a M. Berico, di fronte alla minacciata cerchia delle Prealpi Vicentine. Nel frattempo anche il comando della 1a Armata si era trasferito da Verona a Vicenza, sistemandosi a Palazzo Trissino, mentre il generale Pecori Giraldi era ospite della famiglia Clementi a pochi passi da Villa Camerini.

***

Sul finir di maggio si manifestavano i primi sintomi di crescente resistenza da parte italiana, soprattutto nel settore occidentale del fronte: il 30 maggio forti reparti tirolesi rivolgevano uno sforzo deciso dalla Vallarsa in direzione di Passo Buole, nell'intento di aggirare l'incrollabile posizione di M. Coni Zugna e di scendere in Val Lagarina alle spalle dello sbarramento di Serravalle. Ma gli italiani opponevano una resistenza così fiera da ributtare gli attaccanti in Vallarsa con gravi perdite, meritando alla località il nome di "Termopili d'Italia".
Occupata la Val Pòsina ed ostacolata sul Pasubio da ordini errati e dalla presenza di un'alta coltre di neve fradicia, gli austro-ungarici dirigevano i loro sforzi contro i dirupi settentrionali di M. Forni Alti ed i valichi di Bocchetta Campiglia, Colle Xomo, Colletto di Pòsina e M. Spin, cioè alla cortina montuosa che raccorda il Pasubio al complesso del Novegno: ovunque venivano contenuti e respinti nel corso di sanguinosi combattimenti.
Purtroppo il 30 maggio cadeva in mano avversaria M. Priaforà e ciò forniva lo spunto per una serie di violenti attacchi, con l'intento di sfondare l'ultimo diaframma verso l'Altopiano del Tretto e la sottostante Schio. L'avversario fu indotto a questa mossa anche dall'insuperabile resistenza incontrata nella conca di Arsiero, ad un soffio soltanto dalla sospirata pianura.
Rimarrà memorabile il penultimo colpo di coda della Strafexpedition sferrato il 12 e 13 giugno da reparti dell'11a Armata imperiale, che qui giocava la sua ultima carta valida, nel troppo ristretto spazio disponibile tra Passo Campedello e M. Giove: per quanto affrettatamente ricostituite, le fanterie della 35a divisione italiana resistevano alla dura percossa delle artiglierie avversarie, respingendo dovunque gli attaccanti.

***

Perciò agli austro-ungarici non rimaneva altra alternativa che quella di esercitare un estremo sforzo sull'Altopiano dei Sette Comuni, dove intanto gli eventi si erano succeduti con ritmo frenetico.
Irradiatisi ormai senza troppo sforzo sul grandioso e desolato Acrocoro settentrionale, gli austro-ungarici erano pervenuti fino alla piana della Marcesina e, nell'intento di traboccare in Val Frenzela e quindi su Valstagna e Bassano, si erano impegnati a fondo sul nodo delle Melette, riuscendo a conquistare M. Fior e M. Castelgomberto, ma poi venendo contenuti a M. Miela e M. Spil dalle accorrenti truppe italiane.
Al centro, vinte alcune accanite resistenze in Val Galmarara e quindi su M. Mosciagh, la sera del 28 maggio gli austriaci penetravano a Canove e quindi ad Asiago semidistrutta e deserta: gli abitanti della zona avevano cominciato il loro drammatico esodo fin dal 15 maggio, allorquando un gigantesco cannone da marina calibro 350 mm, postato sulla penisola di Calceranica sul lago di Caldonazzo, aveva preso a bombardare il capoluogo guidato da un aereo che aveva attuato uno dei primi esempi di cooperazione aero-terrestre.

Successivamente anche Gallio andava perduta e con essa M. Sisemol, cosicché gli italiani erano costretti a portare le loro difese a M. Valbella e C. Eckar, di qui collegandosi con M. Kaberlaba, Bivio Boscon e M. Lèmerle, cioè lungo la boscosa fascia meridionale dell'Altopiano.
Nel frattempo un errore di spiegamento delle truppe in linea al di qua del solco terminale del Ghelpach, induceva a sgomberare il ciglio sinistro dell'Assa da qui a C. Arde: cosa della quale approfittavano gli avversari per risalirlo ed affacciarsi indisturbati sul nodo del Cengio.

Subito occupata Tresche Conca e il Forte Corbin, il nodo scorsoio si stringeva progressivamente intorno al settore occidentale del Cengio: nonostante la disperata resistenza dei granatieri di Sardegna e di numerosi reparti di fanteria, il cui valore verrà riconosciuto dagli stessi avversari, il 3 giugno gli austro-ungarici occupavano l'intera zona.
Era questo il momento culminante della Strafexpedition, per buona sorte non sfruttato dagli avversari in un momento di smarrimento e causa la progressiva mancanza di riserve a portata d'impiego. Cosicché i superstiti reparti italiani potevano riparare sull'estremo baluardo rappresentato da M. Paù e da M. Zovetto, frapponendo fra essi e l'avversario l'intaglio della Val Canaglia.

Il giorno successivo le armate russe del generale Brussilov attaccavano in Galizia le truppe austro-ungariche depauperate da quelle inviate sulle Prealpi Vicentine, ottenendo rapidamente considerevoli risultati. Arrestato in questo modo l'eventuale afflusso di rinforzi, l'arciduca Eugenio riponeva le ultime speranze di vittoria nel già descritto tentativo dell'11a Armata a M. Novegno, ed infine in quello operato dalla 3a Armata il 15, 16 e 17 giugno, nel tentativo di sfondamento eseguito tra M. Lèmerle e M. Zovetto in direzione di Bocchetta Paù, onde garantirsi almeno il possesso di una parte del crinale meridionale dell'Altopiano, quale premessa a futuri tentativi.
Data l'entità delle truppe impiegate da una parte e dall'altra, ma soprattutto al fatto che la poderosa artiglieria avversaria postata sulla sponda destra dell'Assa, avesse buon gioco nel tempestare il terreno con una miriade di colpi, la battaglia assumeva aspetti terrificanti, ampiamente paragonabili a quelli che avvenivano sull'Isonzo. Fu soprattutto il valore delle fanterie italiane, comprovate dalla medaglia d'oro concessa alla brigata "Liguria", che infine costringeva gli avversai a segnare il passo.
La sera del 16 giugno, vista l'inanità dello sforzo e per quanto i combattimenti ancora non fossero cessati, la Strafexpedition si concludeva mediante l'ordine impartito dall'arciduca Eugenio di passare alla difensiva, causa la necessità di trasferire truppe sul minacciato fronte galiziano.

Estate 1916: la controffensiva italiana.

La certezza d'aver ormai bloccato lo sforzo avversario, faceva maturare nel generale Cadorna la decisione di ricacciarlo sulle posizioni di partenza, onde ridare tranquillità al fronte prealpino vicentino.
Mentre ancora infuriavano i combattimenti in Vallarsa, sul Novegno, nella conca di Arsiero e sull'Altopiano dei Sette Comuni, egli concepiva il piano di una grandiosa battaglia traducibile in una manovra a tenaglia che, portando da un lato alla riconquista del Colsanto e dall'altro a quella di C. Pòrtule, costringesse l'avversario ad arretrare anche il centro. La certezza della raggiunta superiorità in fatto d'uomini avrebbe dovuto, almeno in teoria, assicurare il successo della manovra; però nelle operazioni belliche condotte in montagna, non è sempre il vantaggio numerico che stabilisce le premesse del successo; talvolta anzi si verifica il contrario.
L'azione controffensiva aveva inizio il 16 giugno, però soltanto sul lato orientale dell'Altopiano dei Sette Comuni dove operava il XX corpo d'armata, cui presto si sarebbe aggiunto il XXII corpo steso tra Val Frenzela e C. Eckar. Nonostante l'impegno profuso e le gravi perdite accusate, i vantaggi risultati risultavano molto limitati, se si fa eccezione per l'estrema destra dello schieramento dove alcuni battaglioni alpini avanzavano gagliardamente, ma non trovando adeguato e tempestivo sostegno.
Sulle Melette e nell'intricato margine occidentale della Marcesina l'avversario opponeva strenua resistenza.

Si giungeva così alla notte sul 25 giugno 1916.

Il 17 giugno l'arciduca Eugenio aveva stabilito la linea dove le truppe rimastegli avrebbero dovuto ritirarsi ad un suo ordine, in tal maniera riducendo l'estensione del fronte. La scelta cadeva su posizioni forti per natura e sulle quali immediatamente si iniziavano poderosi apprestamenti campali e il collocamento di molteplici difese passive.
Ed ecco che la notte sul 25 giugno improvvisamente si verificava lo sganciamento da parte avversaria, non avvertito dai comandi in linea e meno ancora da quelli retrostanti: perciò il contatto veniva momentaneamente perduto e gli austro-ungarici potevano portare pressoché intatte le loro unità sulla nuova linea.
L'inseguimento, dove possibile, iniziava nella stessa giornata del 25 giugno ed in pochi giorni gli italiani rioccupavano la Vallarsa fin oltre l'abitato di Matassone da un lato e quello di Anghèbeni dall'altro, conquistando M. Trappola e stringendo dappresso il Corno di Vallarsa. L'intero complesso Novegno - Priaforà veniva rioccupato ed iniziava la penetrazione in Val Pòsina, dove gli italiani presto cozzavano contro la barriera predisposta dall'avversario; e altrettanto accadeva sulla sommità del Pasubio, dove la forte pressione non otteneva alcun esito.
Nella conca di Arsiero, sgombrata dagli austro-ungarici, veniva addentato il Cimone, mediante la preventiva occupazione di M. Caviojo; mentre in Val d'Astico l'avanzata si arrestava all'altezza di Barcarola e del distrutto Forte Ratti.
Sull'Altopiano dei Sette Comuni, rioccupato interamente il nodo del Cengio, il profondo solco terminale della Val d'Assa separava i contendenti; rioccupati Cesuna, Canove, Camporovere, Asiago e Gallio, o le macerie che ne restavano, non era possibile intaccare la poderosa linea stabilita lungo il crinale M. Rasta, M. Rotondo, M. Zebio, M. Colombara, M. Zingarella, Corno di Campobianco, M. Forno, M. Chiesa, M. Campigoletti, M. Ortigara. Per poterla superare bisognava predisporre operazioni offensive in grande stile: la rincorsa era purtroppo finita, creando la sensazione d'un ritorno alla guerra di posizione.

***

Il 30 giugno aveva inizio un poderoso attacco che impegnava per tre giorni alcune divisioni contro il dispositivo austro-ungarico tra M. Rasta e M. Colombara, senza che ne sortisse un risultato degno di nota.
Per il 6 luglio il Comando Truppe Altopiano, che agiva autonomamente nell'ambito della 1a Armata e dal 5 giugno era guidato dal generale Ettore Mambretti, eseguiva un nuovo sforzo offensivo nella medesima zona: altri tre giorni durarono gli inutili assalti in cui si svenarono numerose e ottime brigate italiane, fra cui la leggendaria "Sassari". Quindi la battaglia si riaccendeva l'11 luglio, con obiettivo ristretto al settore fra M. Rasta e M. Zebio: purtroppo l'esito era negativo o costava altre gravi perdite.
Ancora non bastava, perché il 22 luglio muoveva all'attacco l'ala destra dello schieramento italiano, in massima parte composta da reparti alpini, che si scagliava invano a più riprese contro M. Campigoletti e M. Ortigara, che per la prima volta balzavano alla ribalta della storia.
In pari tempo anche il centro riprendeva l'attacco con obiettivo il sinistro M. Zebio: ma ancora una volta le difese avversarie avevano ragione dello slancio e dello spirito di sacrificio delle fanterie. Tra le cupe foreste dello Zebio, tra le arse rupi di M. Colombara, di M. Forno, di M. Campigoletti e della già tragica Ortigara, in quel mese di luglio si consumarono olocausti a non finire, che talvolta la storiografia bellica non pone nel dovuto risalto.

Sul Pasubio invece gli austro-ungarici attuavano un'imprevista e violenta mossa controffensiva avente lo scopo di impadronirsi della sommità del massiccio: questa era la genesi della furibonda lotta verificatasi il 2 luglio e che al termine non lasciava né vinti e né vincitori. In realtà essa condizionava per oltre due mesi ogni ulteriore tentativo italiano di conferire maggior respiro all'occupazione italiana nel Pasubio.
Drammaticamente si concludeva invece un tentativo di giungere all'Acrocoro sommitale del Monte provenendo dalla Vallarsa: all'alba del 10 luglio il battaglione alpini "Vicenza", con rapida e brillante azione di sorpresa, conquistava il Corno di Vallarsa e tentava di procedere verso la sovrastante quota 1801 e la Bocchetta dei Foxi, che rappresentavano gli obiettivi essenziali. Purtroppo non sostenuto dalle fanterie che avrebbero dovuto seguirlo tempestivamente, il "Vicenza" doveva subire la pronta controffensiva avversaria proveniente dall'alto; nell'impari lotta cadevano prigionieri gli irredenti trentini tenente Cesare Battisti e sottotenente Fabio Filzi, rispettivamente comandante e subalterno della compagnia complementi del "Vicenza". Il battaglione rimaneva pressoché distrutto, perché soltanto un centinaio di uomini riuscivano a sottrarsi alla morte o alla cattura precipitandosi lungo i selvaggi canaloni in direzione della sottostante Vallarsa.
Condotti a Trento e processati, due giorni dopo essi venivano impiccati nella fosca fossa del Castello del Buon Consiglio, dove poco tempo prima era stato fucilato il roveretano Damiano Chiesa, catturato a Costa Violina all'inizio della Strafexpedition.
Il 23 luglio, con una stupenda e arditissima azione condotta dal battaglione alpini "Val Léogra" e da reparti del 154° fanteria, gli italiani riconquistavano la sommità del Cimone di Arsiero. Il 23 settembre successivo essa tornava in mano avversaria, e vi rimarrà fino al termine della guerra, mediante una potente mina che faceva saltare in aria la vetta, decimandovi un battaglione del 219° fanteria che ne aveva appena assunto il presidio.
In ottemperanza alle disposizioni del Comando Supremo, il quale si accingeva a scatenare la 6a battaglia dell'Isonzo, il 28 luglio la 1a Armata passava alla difensiva, mentre unità e mezzi si trasferivano sul fronte orientale.


Strafexpedition.
Testo tratto da Gianni Pieropan, Itinerari della Grande Guerra: dal Pasubio al Grappa, ed. Provincia di Vicenza, Assessorato del turismo.


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