Come nel maggio 1916, Cadorna credeva e non credeva all'offensiva austro-tedesca. La riteneva probabile perché l'Austria poteva ormai sguarnire il fronte russo, ma la giudicava nello stesso tempo temeraria perché la stagione non era favorevole. Inoltre temeva sempre che l'attacco da Tolmino potesse preludere a un'altra offensiva dal Trentino. Egli ritenne perciò inutile approntare una forte riserva nella pianura friulana, e superfluo accertare di persona che le sue direttive fossero state effettivamente applicate dalla 2a Armata.
Alle 2 di notte del 24 ottobre incominciò un apocalittico fuoco di preparazione da parte delle artiglierie austro-tedesche. Furono sparate anche granate a gas. L'ordine italiano era di replicare e di schiacciare le truppe avversarie sulle basi di partenza. Senonché il tiro austro-tedesco non era diretto contro le trincee italiane, ma ben oltre, contro i depositi e i comandi. Vennero in tal modo scompaginate le retrovie e distrutti i collegamenti. L'artiglieria del IV corpo d'Armata replicò vivacemente agli austro-tedeschi, invece quella del XXVII rimase silenziosa. Il generale Badoglio non poteva più comunicare perché i suoi telefoni erano rimasti isolati. L'attacco ebbe inizio al mattino, dopo che, cessato il tiro di preparazione durato quattro ore e mezza, ce n'era stato un altro molto intenso di un'ora sulle trincee italiane.
Che cosa sia avvenuto per tutta la giornata del 24 e nei giorni successivi, i generali, i soldati, i cittadini italiani lo seppero con una certa chiarezza solo dopo qualche tempo. La realtà era stata comunque questa: le nostre truppe erano state sorprese da una nuova tattica di fronte alla quale si erano dimostrate impreparate e non erano state ben guidate nelle diverse situazioni che ne erano derivate.
A nord, gli austro-germanici avevano potuto facilmente travolgere le prime linee perché, come s'è detto, poggiavano su trincee sottostanti e male attrezzate. Erano riusciti ad aprirsi un varco nella zona di Plezzo solo perché i fanti di un Reggimento della Brigata Friuli erano stati sorpresi e uccisi dai gas. Ma poi erano stati fermati davanti alla stretta di Saga. Più a sud, la linea di resistenza dal Vrsic al monte Nero e al monte Pleka rimaneva saldamente in mani italiane.
(segue)
Il Generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore.
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